25/05/2015 €chos doc  
Palmyra, la mitica città dell'imperatrice Zenobia

Nelle case distrutte dell'antica Palmyra sventolano orgogliosamente le bandiere nere dello Stato Islamico. Anche sui templi della citta incantata, della sposa del deserto, come fu sopranominata, sventolano le bandiere nere. I combattenti dell'IS hanno preso Palmyra, distruggendo alcune moderne statue di gesso e sollevando la loro bandiera sull'antico castello che domina le rovine romane. I suoi resti antichi, invece, saranno, probabilmente, rivenduti all'Occidente, riempendo le loro casse, così con il petrolio e il gas dei suoi giacimenti.


Palmyra significa avere il controllo di tutti i valichi principali tra l'Irak e la Siria e il controllo dell'unica via di accesso a sud ovest, su Damasco, dove il il presidente siriano Assad è come assediato nella sua capitale. E come se non bastasse, con la dovuta amplificazione che si da alla notizia, parte integrante della strategia, l'ISIS alza la posta, annunciando un attacco nel cuore dell'America, un'operazione clamorosa, senza precedenti, usando l'arma nucleare, acquistata dal Pakistan e contrabbandata attraverso la Libia, un altro Paese in balia di grandi trasformazioni.



Per le strade di quella che fu la capitale del deserto, oggi patrimonio dell'Unesco, restano ora allineati i cadaveri di almeno 400 civili, in maggioranza donne e bambini, rei, secondo i combattenti jihadisti, di collaborazionismo con le forze governative.


La magica Palmyra, creata su una sorgente resa ricca da palme, ulivi e melograni, edificata con giganteschi massi, , "la città segreta" del deserto siriano, già crocevia di carovane e di fiorenti commerci, rimasta sepolta per 14 secoli, fu una imporante metropoli, capitale di uno Stato che servì da tramite tra Parti e Romani. Le carovane provenienti dall'Arabia e dalla Persia, dalle Indie e persino dalla Cina attraversavano l'oasi di Palmyra per raggiungere le coste del Mediterraneo orientale.


Anticamente Palmyra si chiamava Tadmor, che significa "posto di guardia". Fu poi l'imperatore Adriano ad attribuire all'avamposto carovaniere, divenuto nel frattempo vera e propria città, il nome di Hadriana Palmyra verso il 120 d.C., quando ormai i romani avevano affermato il loro dominio sulla zona.



"Abbiamo creato tutte le cose viventi a partire dall'acqua" insegna Allah nel Corano, e questo è tanto più vero nel deserto, dove le sorgenti scaturiscono come per miracolo, dando vita alle oasi, veri e propri porti nel mare di sabbia e rifugio di nomadi.


Ai tempi dell'imperatore romano Galieno, Palmyra era nelle mani dell'imperatrice Zenobia, vedova di Odonato, insignito dai romani con i titoli di "imperator" e "corrector" di tutto l'Oriente. La donna, a cui non era stato esteso dai romani l'autorità imperiale, come lo era stato per il marito, esercita il potere per conto del secondogenito Wahballat e sconfigge le truppe di Galieno, consolidando la potenza di Palmyra e conquistando parte dell'Egitto e l'Asia Minore.


Nel 270 però Aureliano pose fine al grande sogno di Zenobia, la quale, non accontentandosi delle concessioni offerte al figlio Wahballat, proclamò l'indipendenza di Palmyra, battendo anche moneta raffigurante la sua effigie oltre quella del figlio. per Aureliano è troppo: mettendosi personalemte alla testa delle sue truppe, penetra in Asia Minore e ha la meglio sull'esercito di Zenobia, inseguendolo fino a Palmyra e cingendo d'assedio la città.


L'indomita Zenobia riesce però a fuggire oltrepassando le linee nemiche, per chiedere aiuto ai Persiani, ma viene catturata e condotta al campo di Aureliano.


Poco dopo, nel 272, Palmyra si arrende e la sorte di Zenobia si perde nella leggenda. Non si sa bene quale sia stata la sua sorte. Secondo lo storico bizantino Zosimo, che racconta come due oracoli avessero predetto la sua sconfitta, Zenobia sarebbe morta di stenti sulla strada verso Roma dove invece, secondo altre fonti, sarebbe giunta al seguito del carro trionfale dell'imperatore romano, carica di catene d'oro. Nel 273 d.C. della splendida metropoli carovaniera non restarono che le rovine anche se, grazie alla presenza dell'acqua, il luogo non fu mai del tutto abbandonato.





Fonte: il blog


Immagine: www.deviantart.com

Fonte: Luciano Vecchi
 

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